La copertina è senz’altro accattivante: bella foto di una pietanza stuzzicante, a occhio e croce crostoni dolci al burro con pesche e panna, colori caldi sulla bianca semplicità del piatto. Il titolo della collana è ancora più accattivante: Vivere con stile oggi. Il libricino smilzo che mi è capitato tra le mani è quello dedicato al brunch, ed eccola, la parola magica che evoca un altro elemento marpione: brunch… l’idea di una domenica mattina pigra, da alzarsi tardi, vedersi con gli amici, fare una colazione luculliana con tutta calma, chiacchierando e sorseggiando un drink, tutti belli sani e sorridenti come in un telefilm americano…

Voi non potete capire che razza di appeal abbia quest’immagine su una madre di quattrenne che ormai viene strappata ai sogni quasi ogni mattina da un piccolo pugno ed un perentorio “Dai mamma ALZATIIII!”, e niente sconti la domenica.

E così seguo il canto delle sirene, compro il magico libricino e mi preparo a vivere con (un po’ di) stile anche io, eccheddiamine, me lo merito..

A parte il fatto che o hai un cuoco personale a disposizione oppure devi svegliarti alle sette di domenica mattina per cucinare un brunch come si deve, e allora gran parte del fascino della cosa si perde… Sfogliando le ricette, tutte illustrate da foto che solo a guardarle si finisce nel sesto girone, si scopre che gli ingredienti dello stile oggi spaziano dallo haloumi (“formaggio di pecora compatto e salato dalla consistenza gommosa molto usato nella cucina cipriota”) al chutney di pomodoro piccante, dallo jarslberg (“formaggio norvegese con buchi dal sapore delicato e dal gradevole color crema”) alle chipolatas (“gustose salsiccette di maiale insaporite con erbe e spezie”) ed ai bagel (“ciambelline lievitate che vengono bollite in acqua prima di essere cotte in forno”) passando per il lavash (“pane libanese”) ed un contorno di papaya, carambola, guava, coriandolo e cerfoglio.

Tutta roba che qui la trovi dietro l’angolo, come no.

E quindi domenica mattina mi sveglierò alle sette come al solito, colpita dal solito piccolo pugno, e mi trascinerò in cucina mezza assonnata e col capello a istrice a farmi il solito té ed il solito yogurt con la frutta, ma stavolta con una nuova certezza: che vivere con stile oggi non è cosa per me. Al massimo, sopravvivere.

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When things own you

luglio 29, 2008

Ci sono vari motivi per cui odio il ciarpame, e gli ho dichiarato una mia personale guerra:

Il ciarpame ruba tempo, ed il tempo non ce lo restituisce nessuno.
Tempo perso per cercare cose perse in mezzo al ciarpame.
Tempo impiegato per riordinarlo quando proprio raggiunge livelli insopportabili, per poi mantenerlo in ordine, per la pulizia quotidiana di stanze piene di oggetti e quindi difficili da gestire. Arriva un momento in cui si ha la sensazione di essere noi al servizio delle cose, della loro manutenzione, piuttosto che il contrario. Io ho concluso che se ci vogliono più di dieci minuti per dare un’aria ordinata e pulita ad una stanza, quella stanza ha un problema di organizzazione. 

Il ciarpame ruba spazio, e lo spazio costa soldi, che alla fine sono energie nostre.
Insomma, avete idea di quanto costi un metro quadro anche solo di garage attualmente? Mio marito non si è alzato alle 3 di notte per anni per pagare dello spazio che non è a nostra disposizione per vivere più comodi, ma a disposizione di oggetti di dubbia utilità. 

Il ciarpame ruba pace emotiva, insinuando ansia, rimpianti e sensi di colpa.
Esatto, il ciarpame può far sentire in colpa perché non si riesce a stargli dietro, perché è sempre troppo, avanza sempre qualcosa da fare… 
Perché ci si rende conto di avere accumulato molto più di quel che realmente serve. 
E poi ci sono i ricordi ma non quelli belli, positivi, ci sono i ricordi che tengono legati e basta, con un sottile filo di rimpianti. Ma che senso ha conservare le vestigia di qualcosa che sono stata e non sono più, se non trasmettono nemmeno positività? Sono souvenir di un passato così remoto che ormai sembra accaduto a qualcun’altra: quel che potevo imparare dall’esperienza l’ho imparato e lo porto con me, il resto è polvere. Non smetterò di esistere se me ne disfaccio, anzi probabilmente esisterò meglio (sì, vale soprattutto per i vestiti nei quali non entro più da un pezzo :D).
E poi l’ansia di dover conservare per anni cose inutilizzate, nel caso un giorno dovessero servire… ecco, probabilmente quel giorno non mi ricorderò manco di averle, o non riuscirò a trovarle, o saranno così datate e malconce che dovrò comunque ricomprarle… e nel frattempo mi hanno tenuto occupato tempo, spazio e CPU interiore, con conseguenti malumori.

Lo so, lo so, l’entropia alla fine trionferà comunque. Ma io ho deciso che le darò filo da torcere (e che se rinasco, voglio rinascere monaca buddista).

… che le tiene la prole mentre è a lavorare e “realizzarsi” perché posto al nido non ce n’era, o magari quando d’estate l’asilo chiude, o quando c’è qualche malattia in giro, o li va a prendere a scuola perché chiude presto, o fa comunque da rete di salvataggio ed appoggio logistico in caso di bisogno. Aggratisse, sia chiaro. Nonna, si chiama di solito quest’altra gran donna.

Magari capita che la prima gran donna poi guardi dall’alto in basso la casalinghitudine, dimenticando che senza la casalinghitudine di qualcun’altra – le nonne appunto – difficilmente potrebbe andare là fuori a far tanto la figa che “ah, io lavoro e sono indipendente, IO”.

Eggià, certi retroscena fa comodo dimenticarseli.

 

* a volte, pure due

Non ho mai ritenuto degne di chissà quale menzione azioni quali lo stirare i panni, il lavare i pavimenti, il riordinare per l’ennesima volta la casa con tutto il ciarpame che contiene (magari al ciarpame un giorno dedicherò un post, ma all’aspetto esistenziale, non certo a quello logistico-materiale). Son cose che si fanno, fanno parte della quotidianità e ci son cose decisamente più interessanti di cui parlare, quando la creatura ti permette di scambiare due parole in santa pace (non avviene spesso, credetemi, meglio non sprecar tempo con la lista della spesa).

Invece mi rendo conto che il padre della quattrenne, che mi telefona apposta per informarmi di tutta la lista di commissioni e faccende domestiche che ha sbrigato, che mi accoglie quando rientro con un giro panoramico dei pavimenti lustri e dei cessi rilucenti, ecco lui ha capito come funziona il mondo.

E’ un po’ come per quelle guerre dimenticate dal giornalismo, che è come se non esistessero. Quando si arriva al momento della discussione casalinga pare che io, che con femminile pragmaticità faccio quel che c’è da fare senza tanti proclami, non abbia fatto nulla in confronto al martire dell’economia domestica (nonché gran seminatore di mutande e calzini al giro) che ho sposato.

E quindi preparatevi, ho deciso che assumo un addetto stampa, apro un blog solo sulle pulizie di casa e dintorni, e d’ora in poi anche se lucido un rubinetto voglio che lo sappiano urbi et orbe, scanso equivoci.

Repetita juvant

luglio 16, 2008

Passano gli anni ma certe cose non passano mai. Ad esempio, la grande rispettosa sensibbbilità dei pubblicitari della Tim nei confronti del mondo femminile, quella loro capacità sorprendente di cogliere tutte le delicate sfumature di eventi quali la maternità, la sessualità femminile, la realizzazione personale, le relazioni nel loro imprevedibile dispiegarsi, sì insomma il loro fare umorismo sulla gnocca-per-tutti e dintorni. Quattro anni fa la gnocca-per-tutti la mettevano proprio in bella evidenza senza inutili inibizioni, ora semmai la sottendono con fine ironia e delicate metafore (una che in vacanza si è fatta mezzo campeggio).

Insomma, dai tempi di Gaia e le altre stronze TIM non è che sia cambiato molto: i pubblicitari TIM fanno sempre ca’à.