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Perché io valgo?

novembre 8, 2008

Qualche giorno fa sono andata da un medico, a farmi visitare e possibilmente prescrivere qualcosa per una forma di depressione. Leggera, ma depressione con contorno di varieventuali.

Mentre mi avviavo mi sono accorta che mentalmente mi prefiguravo come avrei potuto spiegargli la mia situazione: sì sto male, dottore, ma non così tanto male da non riuscire a “funzionare” del tutto, infatti sono qui da sola, non mi ci ha dovuto portare nessuno. Insomma, non sono una grande depressa. Che culo, son d’accordo. Però il rovescio della medaglia quando non sei una grande depressa è che ti senti regolarmente dire con le migliori intenzioni “ma sù, basta un po’ di buona volontà, esci, vedi gente, cerca di tenerti occupata, vedrai che passa”. Eccazzo, sono due anni che mi alzo piena di buona volontà esco cerco di vedere gente e tenermi occupata e va sempre peggio! Come se le malattie psichiche dipendessero davvero solo dalla volontà, seeeeeeee magari…

Comunque, tornando a me che mi avvio verso lo studio del medico chiedendomi se mi troverà degna di aiuto farmacologico o mi dirà anche lui di avere un po’ di buona volontà (e per quel che lo pagherò sarà meglio che si trovi una risposta migliore, penso), mi sono accorta anche che il modo in cui mentalmente mi rappresentavo il mio bisogno di aiuto per presentarglielo era a ben vedere distorto in modo anche più sinistro di “basta un poco di buona volontà”.

Nella mia testa mi dicevo che avevo bisogno di aiuto perché ho una figlia, ho una famiglia, e mia figlia e mio marito hanno bisogno, si meritano etc etc…

Eccalla’, mi son detta, ci sei cascata  con tutte le scarpe, nella autosvalutazione sacrificale femminile. Che problema c’è a dire che tu, proprio tu, non hai più voglia di stare male? Che tu, indipendentemente dal fatto che abbia un marito una figlia un gatto, hai bisogno e ti meriti di stare un po’ meglio? Allora se eri sola al mondo potevi pure stianta’?

Già, che problema c’è?

Mi sa che quella curetta mi serve davvero, dottore…

Il contraccolpo del cambio asilo sta arrivando, direi.

Stamattina Sara non è andata all’asilo, aveva effettivamente un po’ di tosse, niente di preoccupante ma ha detto “sono malata” e quindi senza nemmeno bisogno di guardarci per mettersi d’accordo l’abbiamo tenuta a casa.

Pero’ era “strana”, e vabbe’ che potrebbe covare qualcosa, ma insomma era come se cercasse il motivo per scontrarsi con me e Simone…

La mattinata è andata avanti tra tentativi di gestione, di buttarla un po’ sul ridere, e qualche scozzo.

Sono giorni che al mimino accenno che mammina potrebbe avere da fare in futuro e magari assentarsi un paio di giorni sono urli e rifiuto, mammina deve stare con lei. Preoccupante, perché effettivamente io dovro’ assentarmi per tre giorni a breve, cosa che finora è sempre andata liscia, ma così mi dava un po’ pensiero..

Alla fine, all’ora di pranzo complice la stanchezza e la fame scoppia una mezza tragedia di cui non si capisce il motivo. Ed io mi dico ok, ne hai il diritto, ti abbiamo preso dal tuo ambiente e spostato ad un altro da un giorno all’altro, vorrei vede’ che non ne risentissi nemmeno un po’…
Io lo so che mia figlia è una personcina di affetti tenaci, al di là della socievolezza poi in realtà non si affeziona facilmente, ma quando succede sono affetti che durano nel tempo e richiedono costanza anche dall’altra parte…

Così mi metto seduta per terra vicino alla mia cucciola che un po’ frigna un po’ ringhia e non sa bene con chi prendersela, la convinco a venirmi in braccio ed a bere qualche sorso di acqua e fiori di Bach. E parliamo.

Tra di noi funziona così: lei parla poco, a smozzichi, a ringhiate appunto, io allora provo a dar forma ai suoi pensieri e se lei li riconosce mi dice sì… Così inizio: tesoro sei arrabbiata? con mamma? Sei arrabbiata con mamma perché ti ha portato in un altro asilo? E poi si arriva allo scoglio: perché vorresti stare con i tuoi amici dell’altro asilo?
E lei mi dice di sì, e si mette a piangere tra le mie braccia, ed io penso che in fondo non è giusto chiederle di non piangere, di essere coraggiosa, di fare la bimba grande, di non mostrare dolore e dispiacere per questo grande cambiamento nella sua vita. E così me la tengo lì, stretta, come quando era più piccola e ci stava tutta sulla mia pancia, e la lascio sfogare senza dire niente.
Dura poco, in fondo, pochissimo. Poi si alza, prende il bicchiere e finisce di bere l’acqua e va di là da suo padre a mangiare. Leggera, sorridente, così diversa da un attimo prima.
E mentre mangia pane e olio nuovo mi dice mamma, allora se devi andare in quel posto dove i bimbi non possono venire va bene, io sto qui con babbo.