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Per Thomas

luglio 30, 2008

Vai, piccolo, lievemente

When things own you

luglio 29, 2008

Ci sono vari motivi per cui odio il ciarpame, e gli ho dichiarato una mia personale guerra:

Il ciarpame ruba tempo, ed il tempo non ce lo restituisce nessuno.
Tempo perso per cercare cose perse in mezzo al ciarpame.
Tempo impiegato per riordinarlo quando proprio raggiunge livelli insopportabili, per poi mantenerlo in ordine, per la pulizia quotidiana di stanze piene di oggetti e quindi difficili da gestire. Arriva un momento in cui si ha la sensazione di essere noi al servizio delle cose, della loro manutenzione, piuttosto che il contrario. Io ho concluso che se ci vogliono più di dieci minuti per dare un’aria ordinata e pulita ad una stanza, quella stanza ha un problema di organizzazione. 

Il ciarpame ruba spazio, e lo spazio costa soldi, che alla fine sono energie nostre.
Insomma, avete idea di quanto costi un metro quadro anche solo di garage attualmente? Mio marito non si è alzato alle 3 di notte per anni per pagare dello spazio che non è a nostra disposizione per vivere più comodi, ma a disposizione di oggetti di dubbia utilità. 

Il ciarpame ruba pace emotiva, insinuando ansia, rimpianti e sensi di colpa.
Esatto, il ciarpame può far sentire in colpa perché non si riesce a stargli dietro, perché è sempre troppo, avanza sempre qualcosa da fare… 
Perché ci si rende conto di avere accumulato molto più di quel che realmente serve. 
E poi ci sono i ricordi ma non quelli belli, positivi, ci sono i ricordi che tengono legati e basta, con un sottile filo di rimpianti. Ma che senso ha conservare le vestigia di qualcosa che sono stata e non sono più, se non trasmettono nemmeno positività? Sono souvenir di un passato così remoto che ormai sembra accaduto a qualcun’altra: quel che potevo imparare dall’esperienza l’ho imparato e lo porto con me, il resto è polvere. Non smetterò di esistere se me ne disfaccio, anzi probabilmente esisterò meglio (sì, vale soprattutto per i vestiti nei quali non entro più da un pezzo :D).
E poi l’ansia di dover conservare per anni cose inutilizzate, nel caso un giorno dovessero servire… ecco, probabilmente quel giorno non mi ricorderò manco di averle, o non riuscirò a trovarle, o saranno così datate e malconce che dovrò comunque ricomprarle… e nel frattempo mi hanno tenuto occupato tempo, spazio e CPU interiore, con conseguenti malumori.

Lo so, lo so, l’entropia alla fine trionferà comunque. Ma io ho deciso che le darò filo da torcere (e che se rinasco, voglio rinascere monaca buddista).

… che le tiene la prole mentre è a lavorare e “realizzarsi” perché posto al nido non ce n’era, o magari quando d’estate l’asilo chiude, o quando c’è qualche malattia in giro, o li va a prendere a scuola perché chiude presto, o fa comunque da rete di salvataggio ed appoggio logistico in caso di bisogno. Aggratisse, sia chiaro. Nonna, si chiama di solito quest’altra gran donna.

Magari capita che la prima gran donna poi guardi dall’alto in basso la casalinghitudine, dimenticando che senza la casalinghitudine di qualcun’altra – le nonne appunto – difficilmente potrebbe andare là fuori a far tanto la figa che “ah, io lavoro e sono indipendente, IO”.

Eggià, certi retroscena fa comodo dimenticarseli.

 

* a volte, pure due

Protetto: Apposto, vai

luglio 24, 2008

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Tutto da rifare

luglio 22, 2008

Ho passato più di metà della mia vita a cercare di arrivare a patti con il fatto che al mondo esista quell’oscura scomoda cosa comunemente chiamata cattiveria. Anni a inspirare espirare, a cercare di smussare, di giustificare e comprendere, di spiegarmi cristianamente che in fondo no, molte volte nel quotidiano non si tratta di cattiveria, si tratta di incapacità, son persone che non ci arrivano proprio, che ci vuoi fare? Alla fine ho concluso che spesso chiamiamo cattiveria quel che è solo stupidità, e che forse con questo potevo riconciliarmi con la creazione tutta. 

E invece ho capito che se c’è qualcosa che sopporto ancora meno degli stronzi, sono gli stupidi.

Silenziosa provocazione

luglio 20, 2008

Nel linguaggio della pedagogia di Reggio ho sentito spesso parlare di “provocazioni”. Si tratta di qualcosa che sta tra l’invito, il suggerimento, la sfida ai bambini, salvaguardando una notevole libertà d’azione e creatività. Una provocazione consiste in pratica nel fornire dei materiali ai bambini, in modo apparentemente casuale ma in realtà ben studiato, “selezionando” cosa e come proporlo, per stimolare nei bambini una risposta, un’azione, pensieri, giochi, costruzioni, immaginazioni, installazioni, ricerca… Non c’è bisogno di dire “fate questo o quello”, non c’è bisogno di dir niente in effetti: sono i materiali a parlare ai bambini. E più semplici e privi di “identità” preconfezionata sono i materiali, meglio è.
La mia piccolissima provocazione per la festa di compleanno della quattrenne sono stati sedici metri di tulle, in otto colori diversi, quindi otto pezzi da due metri ciascuno. Li ho poggiati sull’erba, in bella vista, ed ho aspettato.

Prima ci sono passati vicino, affaccendati in altre cose. Poi sono avvicinati, li hanno toccati, presi, osservati. Sono corsi a cercarmi per chiedere cosa fossero. Non ci credevano, che fossero semplicemente lì per loro (e soprattutto, non ci credevano i genitori, che all’inizio si affannavano a toglierglieli e riportarmeli).

E da quel momento, chiarito che erano lì “per i bambini, per giocarci…”, quei sedici metri di tulle sono diventati abiti da sposa, mantelli di pirati, letti fatati, tende e capanne… Alla fine, più d’uno è tornato a casa stringendo come un tesoro un pezzo di tulle nel colore preferito… perché a casa il gioco continua.

Provocazione riuscita 🙂

Non ho mai ritenuto degne di chissà quale menzione azioni quali lo stirare i panni, il lavare i pavimenti, il riordinare per l’ennesima volta la casa con tutto il ciarpame che contiene (magari al ciarpame un giorno dedicherò un post, ma all’aspetto esistenziale, non certo a quello logistico-materiale). Son cose che si fanno, fanno parte della quotidianità e ci son cose decisamente più interessanti di cui parlare, quando la creatura ti permette di scambiare due parole in santa pace (non avviene spesso, credetemi, meglio non sprecar tempo con la lista della spesa).

Invece mi rendo conto che il padre della quattrenne, che mi telefona apposta per informarmi di tutta la lista di commissioni e faccende domestiche che ha sbrigato, che mi accoglie quando rientro con un giro panoramico dei pavimenti lustri e dei cessi rilucenti, ecco lui ha capito come funziona il mondo.

E’ un po’ come per quelle guerre dimenticate dal giornalismo, che è come se non esistessero. Quando si arriva al momento della discussione casalinga pare che io, che con femminile pragmaticità faccio quel che c’è da fare senza tanti proclami, non abbia fatto nulla in confronto al martire dell’economia domestica (nonché gran seminatore di mutande e calzini al giro) che ho sposato.

E quindi preparatevi, ho deciso che assumo un addetto stampa, apro un blog solo sulle pulizie di casa e dintorni, e d’ora in poi anche se lucido un rubinetto voglio che lo sappiano urbi et orbe, scanso equivoci.